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L'ESTRAZIONE
DEL MARMO L'ESTRAZIONE DI IERIDurante l'Epoca Romana e almeno fino al 1700
l'attività estrattiva era esclusivamente manuale. Per staccare dal
monte il marmo si faceva affidamento sulla sola forza delle braccia
degli operai poiché non esistevano macchinari che potessero venire loro
in aiuto: si usavano solo cunei
di legno piantati con la punta
e il mazzuolo (foto1)in fessure dove il marmo era più cedevole.
Foto
– museo di Fantiscritti – Carrara In
seguito i cunei di legno venivano imbevuti d'acqua facendo sì che, con
l'aumento del volume, staccassero il marmo dal monte. Poi i cunei di
legno vennero sostituiti con cunei
di ferro, (foto 2) sotto e sopra i quali venivano inseriti dei
lamierini di ferro che venivano battuti con pesanti mazze per cui si
otteneva la penetrazione e il successivo distacco del marmo dal monte.
Foto
– cava di portoro – Monte Castellana Verso
il 1700 iniziarono le prime escavazioni per mezzo dell'esplosivo
(la polvere nera) che veniva introdotto in fori prodotti nel marmo con
una verga con punta a scalpello
forgiata (foto 3). Mentre un operatore teneva questa verga a
contatto con il punto da forare, altri operai vi battevano con la mazza;
ad ogni colpo la verga veniva ruotata di pochi gradi in modo da favorire
la penetrazione e scavare un foro profondo che veniva riempito poi di
polvere nera. Accendendo la miccia
avveniva lo scoppio che produceva il distacco del pezzo dal
monte. Questa
tecnica di abbattimento con esplosivo era chiamata "varata" e pur permettendo di abbattere grandi quantità di
roccia in tempi brevi, aveva il grosso difetto di distruggere gran parte
del marmo escavabile e di produrre una grande quantità di scarti
Foto
3 – museo di Fantiscritti Carrara Una
volta staccato dal monte il pezzo di marmo veniva portato con l'aiuto di
palanchini nel piazzale antistante per la riquadratura. Questa operazione consisteva nell'eliminare con
mazzuolo e punta le asperità dai lati del blocco per renderlo di forma
più adatta al trasporto e per evidenziarne la qualità. In
seguito venne usata la sega a
mano (foto 4) che consisteva in una lamina dentata con alle estremità
due fasce che venivano appoggiate sulle spalle degli operai; essi,
facendo scorrere la lamina con movimento alternato su un lato del
blocco, con l'aiuto di acqua e sabbia silicea riquadravano il marmo con
minor fatica e più precisione.
Foto
4 – museo di Fantiscritti - Carrara
Foto 5 – cava di portoro – Monte Castellana Verso
la fine dell'800 nelle cave di Carrara e poi anche nelle cave di portoro
del nostro territorio, fu introdotta una nuova tecnica, quella del filo
elicoidale (foto 5) che, mosso da un motore, permetteva di segare il
marmo direttamente dal monte. Una
volta individuato il blocco da staccare e liberatolo sia da un lato che
nella parte superiore dal materiale di scarso valore con cariche di
dinamite, si inserivano nei canali così formatisi dei montanti che
portavano le pulegge per il rinvio del filo. Il
filo elicoidale aveva il diametro di 5 mm circa ed era formato
dall'avvolgimento a forma elicoidale di tre piccoli cavi d'acciaio (legnoli)
con la caratteristica di cambiare senso di avvitamento ogni 50 m, in
modo che il taglio del marmo avvenisse dritto. Tale filo aveva una
lunghezza di circa 1.000 m, passava sul marmo da tagliare e con una
miscela abrasiva di acqua e sabbia silicea tagliava il marmo. Non era
però il filo a tagliare la roccia, la sua funzione era solo quella di
trasportare nel solco elicoidale la miscela di acqua e sabbia silicea:
era quest'ultima che
strusciando sulla superficie del marmo ne corrodeva minutissime
particelle. Anche
la riquadratura del blocco veniva fatta con il filo elicoidale. La
sistemazione di tale filo (la
stesa) richiedeva però tempo, operai altamente specializzati (i
filisti) e grandi quantità di sabbia silicea che dovevano essere
trasportate fin sulle cave dal lago di Massaciucoli, vicino a Viareggio,
da dove veniva estratta. L'ESTRAZIONE DI OGGI Agli
inizi degli anni '80 c'è stata una grande innovazione nel campo
dell'escavazione del marmo: l'impiego della tagliatrice a filo
diamantato (foto 6).
Foto 6 - cava di portoro - Monte Castellana Il filo diamantato è costituito da un cavo di acciaio sul quale sono infilati degli anelli ricoperti di polvere di diamante distanziati gli uni dagli altri da piccole molle; questo filo, passato intorno al masso e fatto girare da un motore, taglia in poco tempo il marmo. Per far passare il filo diamantato intorno al masso da staccare dal monte, bisogna praticare fori in senso verticale ed orizzontale che devono intersecarsi con una macchina perforatrice in grado di eseguire fori a molti metri di profondità. Diversamente da quanto avveniva per il filo elicoidale, il taglio è ora eseguito dall'abrasione della polvere di diamante senza dover ricorrere all'impiego della sabbia silicea. L'acqua ha la funzione di raffreddamento oltre a servire a portare via i residui del marmo. Per
staccare più facilmente dal monte la bancata tagliata dal filo
diamantato si inseriscono cuscini
di metallo (foto 7 e 8) dentro i quali si pompa aria o, meglio,
acqua ad alta pressione che, gonfiando i cuscini stessi sposta il masso
dal monte di quel tanto che basta affinché con l'aiuto di martinetti
idraulici e di escavatori si possa procedere al ribaltamento.
Foto 7 - cava di portoro - Monte Castellana
Foto
8 – cava di portoro – Monte Castellana Un
altro macchinario usato per staccare il masso e anche per riquadrare il
blocco è una specie di enorme motosega (tipo quella per tagliare la
legna) costituita da una grossa lama
con una catena a denti diamantati che penetrando nel marmo
procura una fessura larga ben 5 cm. Oggi
esistono anche tecniche più raffinate che sfruttano raggi laser o onde
elettromagnetiche, non però usate nelle cave del nostro territorio.
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