METODI DI ESTRAZIONE

In epoca storica la coltivazione iniziava con la scoperta del banco utilizzabile; nel caso di coltivazione a cielo aperto l’operazione consisteva nell’asportare la parte superiore di copertura, poco consistente ed alterata, fino a che il “marmo” aveva la consistenza e le qualità adatte per essere tagliato e commerciato. E’ naturale che il sistema era applicato quando il banco coltivabile, o meglio la sequenza coltivabile, si trovava in una posizione abbastanza superficiale. Negli altri casi, la coltivazione avveniva in sotterraneo o la fase di scopertura consentiva nell’asportare il primo banco di calore del tetto, oppure il banco di “marmorizzato”, quando non era di qualità merceologicamente idonea. Qui la scoperta aveva lo scopo di aprire un vano per il transito degli uomini addetti alle successive fasi. In questa prima operazione era impiegato l’esplosivo in deboli quantità, per non pregiudicare la compattezza del “marmo”; i fori di mina erano eseguiti manualmente fino a non molti anni fa.

Terminata la scopertura, veniva delimitato il blocco da cavare, quindi erano aperti due pozzetti verticali a monte del blocco, ma naturalmente, impiegando, cioè, “picca” e “mazza”. Il fronte del blocco rimaneva ugualmente libero, sia nella coltivazione a cielo aperto, che in quello sotterraneo.

I pozzi dovevano essere di dimensioni idonee e contenere un uomo e a consentirgli   ampi movimenti, da quella posizione, infatti, in coppia con un operatore esterno, eseguivano un primo taglio, mediante una sega di ferro temperato e senza denti.

L’abrasivo era costituito da abbondante sabbia irrorata con l’acqua.

Analogamente operava una seconda coppia di uomini all’altra estremità del blocco.

In epoca più recente, la sega è stata costituita dal filo elicoidale azionato a mano, prima, e con delle palegge azionate a motore dopo l’introduzione di energia elettrica.                      

I tagli laterali erano spesso dei veri e propri canali il cui scopo principale era

quello di costituire dei saggi sulla qualità del “marmo” erano denominati     

Raramente il materiale qui estratto era commerciabile, date le dimensioni ridotte che avevano le lastre tagliate. Due uomini nei pozzetti eseguivano poi il taglio posteriore, per ultimo quello inferiore, che assumeva una debole pendenza, portato a soma. Il primo spostamento era eseguito con l’ausilio di cunei in ferro e in legno, poi bagnati, e leve.

Estratto il blocco dal “giacimento” veniva imbragato e quindi con l’ausilio di argani a mano portate all’esterno della cava; per fare questa era sfruttata la pendenza dai piazzali di cava e delle gallerie di “carreggio”.

Gli argani a mano venivano ricavati, inserendo grossi pali o tronchi in appositi fori a miniera, scavati nei pilastri di sostegno del tetto adeguati sistemi di cordatura.Una volta all’esterno delle cava i blocchi erano lizzati fino al mare, o a una strada principale, da dove erano avviati ai centri di lavorazione o di smercio.

Le vie di lizza erano tracciate a piano inclinato; su di esse i blocchi venivano fatti scivolare, al disotto delle traversine di legno e guidando il movimento a braccia o con l’ausilio dei soliti argani a mano che, in questo caso, erano sostituiti da pali piantati.

Nelle grandi cave possono essere in azione anche diversi circuiti, che devono essere però fra loro indipendenti ed azionati da differenti pulegge motrici.

In prossimità del blocco da tagliare, il filo è guidato da montanti doppi; all’interno scorre la puleggia penetrante. Precedentemente al taglio, basta eseguire un foro nel quale scorreranno la puleggia, il suo montante. Il taglio è operato dal filo che, data la sua forma, permette il trasporto di materiale abrasivo (miscela di acqua e sabbia silicea) che deve essere continuamente aggiunto. Il taglio di un nuovo blocco, pertanto, inizia procedendo dal tetto; mediante piccole mine cilindriche è ricavato un nuovo sottotetto, quindi sono eseguiti i due fori verticali nei quali saranno inseriti i montanti per le pulegge monticalo. A questo punto sono possibili i tagli laterali, quello posteriore e quello alla base del blocco. Il distacco completo del blocco ed un suo minimo spostamento iniziale sono affidati a piccolissime cariche d’esplosivo. Ora il blocco è portato sul piazzale di cava dove, sempre mediante il filo, può essere ulteriormente sezionato i blocchi di dimensioni inferiori. I blocchi sono quindi portati all’esterno medianti organi elettrici, per essere caricati sui camion che li porteranno agli stabilimenti di segagione.

In epoca storica, era effettuato mediante lizzatura a mano o, più recente, con lizzatura meccanica ( organi e verricelli a motore).

Attualmente il trasporto è esclusivamente affidato ai camion, come dimostra la fitta rete di piste di arroccamento esistente in tutta la estrattiva.

Oltre ai camion, sono entrate nell’ordinario metodo di lavorazione, a complemento degli impianti di filo elicoidale, le pale meccaniche, i martelli perforatori, le gru oltre agli impianti di prima sgrossatura e segagione.Le cave ufficialmente in attività si trovano: 5 a Porto Venere, 4 alla Spezia ed 1 a Riccò del Golfo.

In realtà, le cave effettivamente operanti almeno all’agosto 1985, sono due: cava Castellana e cava Cavetta. Il ruolo più importante in una cava era quello del capo cava, che dava le direttive giornaliere di lavoro e marcava le ore di prestazione dei vari operai. C’erano inoltre gli operai che si occupavano del funzionamento del compressore o del motore che azionava il filo da taglio, il fabbro che riparava gli attrezzi che servivano in cava e, in particolare, rifaceva la punta agli arnesi dello scalpellino dando loro la tempera, i manovali per i lavori generici, il minatore che individuava il filone marmifero, preparava e sistemava in brichi le cariche esplosive con relativa miccia per staccare dalla cava il blocco di marmo interessato e lo liberava da tutte le impurità.

Il filistea provvedeva a guidare un particolare filo d’acciaio, per realizzare il taglio del blocco di marmo che si voleva estrarre dal filone di roccia.

Gli scalpellini avevano il compito di dare una forma geometrica al pezzo estratto.

I lizzatori trasportavano i blocchi di marmo dalla cava di estrazione ai punti di spedizione, dove venivano imbarcati su carri e portati alle segherie. Spesso lavoravano in cava anche delle donne, che svolgevano la mansione di portare la sabbia che serviva al filistea e dei ragazzi, che venivano utilizzati per manovalanza leggera.

Ogni operaio della cava aveva i suoi attrezzi specifici:

- il fabbro usava: forgia, incudine e   martello;

- il manovale: pala, picconi, mazza, carriola, palanchino e martinetto che serviva per spostare i grossi blocchi;

- il minatore: martello pneumatico, polvere da sparo, miccia e pistoletto che serviva per fare buchi per le mine;

- il filista: un lunghissimo filo d’acciaio a tre capi, avvolti a elica.

Questo filo, azionato dalla ruota di un motore elettrico, lungo il suo percorso veniva sostenuto da ruote in ghisa, montate su robusti tubi con calandratura sulle quali esso scorreva. Quando il filo, appoggiato sul blocco da tagliare, si metteva in moto e cominciava a scorrere su di essi per “segnarlo”, veniva gettata, sul taglio, dell’acqua che lo raffreddava e una sabbia, portata da Viareggio, che aiutava a tagliare il marmo. Possiamo paragonare questo filo alla potente lama di una sega elettrica;

- lo scalpellino: mazzuolo, punte di ogni forma e dimensione, riga, squadra, metro, filo di piombo, gesso o carbone.

Per fare un taglio ci voleva un mese e mezzo; oggi, lo stesso taglio si fa in tre o quattro giorni. Il filo diamantato è fatto come una collana di perle: infatti, quei piccoli cilindri che vengono infilzati sul cavo si chiamano “perline” e sono dei piccoli diamanti artificiali, distanziati tra loro da piccole molle. Unico grave inconveniente di questo metodo di lavoro è che, se si rompe il filo, le perline scattano come proiettili. Per questo, gli addetti devono sempre stare a distanza quando la macchina è in movimento. 

Le più recenti tecnologie e anche le precauzioni che i tecnici in cava debbono far rispettare, hanno limitato molto i rischi.         

Quando le pale meccaniche, gli escavatori sui cingoli e gli altri mezzi per il sollevamento dei marmi approdarono in cava, furono messi da parte anche i buoi che, un tempo, trasportavano i blocchi di marmo. Oggi una pala media solleva, senza sforzo, blocchi da 30 tonnellate, ed in breve tempo, a seconda della perizia del manovratore, le carica sul camion.

Anche le figure professionali della cava sono cambiate: tecchiaioli e lizzatori non esistono più; il capocava, un tempo, era l’indiscusso uomo di esperienza, che decideva tutto, mentre oggi è affiancato da un ingegnere minerario che ha il compito di dirigere i lavori e controllare “che il piano di coltivazione” della cava venga eseguito correttamente.

Gli operai, inoltre, diventano sempre più manovratori di macchine.

Oggi, un bravo ruspista che sa sistemare il blocco sul camion, equivale a un gruppo di esperti lizzatori di un tempo.

LAVORAZIONE DEL PORTORO

La prima fase della lavorazione del portoro consisteva nello scavo delle gallerie sottotetto e delle gallerie di scoperta, di dimensioni tanto ridotte che si potevano percorrere soltanto in ginocchio.In un momento iniziale si usavano picco e mazza, in modo da ricavare un primo vano di lavoro.

Dopo di ciò, scoperta ormai una porzione del banco, venivano quindi scavati due pozzi verticali, detti, “Anime”, distanti tra loro quanto la lunghezza del blocco da cavare.Entro ognuno di questi prendeva posto un uomo e, lavorando in coppia col compagno di fronte, usava una grossa sega di ferro temperata, senza denti, e addizionava il movimento con acqua e sabbia silicea e l’ eseguiva prima due tagli laterali, quindi quello posteriore, ed infine quello inferiore.

In seguito è stato introdotto, al posto della sega, il filo elicoidale, dapprima usato manualmente e poi con motori e le pulegge.Lo stacco definitivo del blocco dal banco era ottenuto inserendo anelli di legno, poi bagnati di ferro, e dei palanchini sostituiti da martinetti in epoca recente.In fine il blocco era infilato, a forza di braccia.

La Lizza era costituita da un piano inclinato, lungo il quale il blocco era fatto scivolare lentamente, trattenuto mediante una robusta corda e avvolto attorno ad un grosso tronco in appositi “fori scavati” nel banco.

Il portoro era venduto in otto qualità, oggi non più tutte disponibili sul mercato:

 

-         “Portoro extra macchia larga”: fondo nerissimo- brillante e macchia larga color oro intenso (LIT.400/450 mila al metro cubo nel 1971); proveniente dal bianco dello scalino;

-         “Portoro 1° a macchia larga”: fondo nero intenso con qualche macchia bianca; viene dallo zoccolo;

-         “Portoro 2° a macchia larga ”: fondo nero color grigio-topo a macchia giallastra

con qualche macchia bianca (lit.100/150 mila al metro cubo); provenienza: dal

 sottozoccolo.

-“ Portoro 1° a macchia fine ”: come tipo extra ma con venatura più sottili.

-“Portoro 2° a macchia fine”: fondo nero e macchia mista giallo-oro e bianca,

oppure macchia gialla-smorto o giallo-rosicchio.

-“Portoro corrente”: fondo tendente al grigio- nero bardigliacco.

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