Favole ed usanze italiane  

 

Il mais arrivò troppo tardi nel nostro paese per evocare miti e simboleggiare dei, ma ispirò qualche fiaba, qualche usanza, qualche proverbio.

Una favola calabrese racconta che in età remota una mamma aveva sette figlie; sei tessevano, mentre la settima osservava senza muovere un dito.

Una Domenica le sei sorelle, prima di recarsi a Messa, le affidarono in custodia sette pani che avevano un profumino appetitoso e lei se li mangiò tutti. Al ritorno, le sorelle infuriate cominciarono a rimproverarla, urlando così tanto da trasformare la casa in una specie di mercato.

Un mercante che passava in quel momento, convinto di trovarsi nel luogo che cercava, entrò nella casa dove gli raccontarono ciò che era successo, presentando tuttavia la sorella colpevole come un modello di laboriosità, per convincere il mercante a sposarla e portarla via. Il mercante, ammirato, chiese la mano della ragazza e la condusse nella sua casa, dandole da filare tutta la canapa contenuta in una stanza. Poi partì per un viaggio.

Un giorno, all’alba, la pigra immerse un dito nella pentola, dove stava cuocendo la polenta, lo avvicinò alle labbra e finse, per gioco, di filare. In quel momento alcune fate passarono di lì: divertite dal gioco, le accordarono il potere di filare realmente la polenta in modo che essa si trasformasse in un tessuto d’oro.

C’è un legame profondo fra la polenta dorata e l’oro e il sole; anche i calabresi intuiscono la somiglianza simbolica fra mais e sole, riscontrata in America. In Piemonte, nella Val di Soana, i chicchi di granturco di mais venivano usati per una pratica divinatoria legata al nuovo anno. La mattina del 6 gennaio le ragazze in età da marito gettavano chicchi di granturco in una padella infuocata: se ne vedevano saltare due insieme, erano certe di sposarsi entro la fine di quell’anno.

In Veneto molti detti, proverbi o usanze sono ispirate alla polenta.

 

 

 

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