Fin dagli anni 70 il problema dell’ambiente è stato discusso in conferenze internazionali, negli anni 80 si definì per la prima volta il concetto di “sviluppo sostenibile”.

Nel 1992 ci fu la “Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo” a Rio de Janeiro (Brasile) a cui parteciparono 178 nazioni.

Qui vennero presi impegni precisi per un programma d’azione per il XXI secolo (Agenda 21), si stabilirono principi per la gestione sostenibile delle foreste, per controllare le emissioni nell’atmosfera di anidride carbonica che produce effetto serra, per salvaguardare le diverse forme di vita e per affrontare unanimamente i problemi ambientali.

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Al “Vertice della terra di New York” del 1997, si evidenziarono ritardi nell’applicazione dei principi approvati a Rio per cui i governi si impegnarono a predisporre strategie di sviluppo sostenibile entro il 2002.

Sempre nel 1997 a Kioto (Giappone) i 159 governi partecipanti si impegnarono con il “Protocollo di Kioto” a diminuire del 5,2% l’emissione dei gas produttori di effetto serra entro il 2012.

Nel 1998 a Buenos Aires (Argentina) in un altro incontro sul clima si presero ulteriori impegni per diminuire le emissioni di anidride carbonica.

 Nel 2002 a Johannesburg (Sud Africa) il “Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile” volle esaminare la situazione degli impegni presi a Rio., senza però raggiungere risultati soddisfacenti soprattutto per i Paesi poveri. Gli impegni presi a Kioto sulle emissioni di anidride carbonica sono stati confermati da tutti i Paesi europei,sono stati annunciati come imminenti, ma non ancora sottoscritti da Russia e Cina e sono stati rifiutati dagli Stati Uniti.

Affrontando il tema dello sviluppo sostenibile, abbiamo fatto ricerche in INTERNET e su vari libri, abbiamo incontrato un esperto dell’ENEA che ci ha illustrato i problemi legati al consumo energetico, sottolineando il divario, anche in questo campo, tra Nord e Sud del mondo, ed evidenziando l’importanza dell’uso di energia meno inquinante per garantire la sostenibilità futura del pianeta e condizioni di vita più eque per tutti.

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A questo proposito ci ha mostrato come con l’uso di pannelli solari, per produrre energia elettrica, sia stato possibile per dei ragazzi di uno sperduto villaggio africano, seguire corsi di studio regolari tramite INTERNET.

Abbiamo poi discusso in classe, sono nate molte domande, abbiamo trovato delle risposte che ci sono sembrate esaurienti su un libro di Scienze e le riportiamo qui di seguito.

1 Che cosa intendiamo con il termine “sviluppo”?

R- il termine “sviluppo” indica una crescita quantitativa e qualitativa di benessere generalizzato.

2 Come si può misurare il benessere?

R- con un indicatore di sviluppo umano ISU che tiene conto di tre indici: il reddito, la speranza di vita e il livello di istruzione.

3 E’ sufficiente promuovere  lo sviluppo umano per garantire il nostro futuro?

R- Per migliorare la qualità della vita nostra e delle generazioni future dobbiamo prenderci cura della natura che ci circonda, cercando di ristabilire gli equilibri del pianeta compromessi.

4 Che cosa significa “sviluppo sostenibile”?

R- lo sviluppo è sostenibile quando “soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere le possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”, cioè noi dobbiamo essere”gestori e non proprietari della terra”, mantenendo per le generazioni future lo stesso capitale naturale delle generazioni precedenti.

5 Che cosa significa “ sviluppo ecocompatibile ed ecosostenibile”?

R- ecocompatibile significa che lo sviluppo deve essere compatibile con la natura, deve cioè proteggere i diversi ambienti del pianeta.

Ecosostenibile vuol dire che non si può pensare solo all’oggi, ma che anche e soprattutto al futuro perché le risorse del pianeta sono esauribili e vanno usate con parsimonia ed intelligenza,

 6 Come dobbiamo utilizzare le risorse del pianeta?

R- la risposta la fornisce un economista, H. Daly, con tre regole:

a) Una risorsa rinnovabile non può essere sfruttata ad un ritmo superiore al suo ritmo di rigenerazione. Ad esempio per ogni albero abbattuto se ne dovrebbe piantare uno nuovo.

b) Una risorsa non rinnovabile non può essere utilizzata ad un ritmo più veloce di quello necessario a sostituirla con altri tipi di risorse. Ad esempio si dovrebbero utilizzare i profitti provenienti dallo sfruttamento di un giacimento petrolifero per la ricerca di nuove tecnologie energetiche o nuovi giacimenti.

c) non si può emettere nell’ambiente un agente inquinante in quantità superiore a quanto si possa riciclarlo, assorbirlo o renderlo inoffensivo. Ad esempio le acque di rifiuto di un’industria possono essere immesse in un lago fino a quando l’ecosistema è in grado di riciclarle, evitandone l’accumulo.

7 E’ possibile produrre senza alterare gli equilibri ambientali?

R- sì secondo i principi di “responsabilità” e di “precauzione”.

Cioè è un dovere morale per l’uomo evitare tecnologie che potrebbero determinare processi irreversibili (come l’estinzione di una specie o l’esaurimento di una risorsa).

Inoltre si devono produrre solo beni che non presentino rischi per l’ambiente e la salute.

8  Che cos’è la regola delle tre “e”?

R-economia, equità, ecologia indicano che per realizzare uno sviluppo veramente sostenibile devono essere garantite condizioni di equità sociale, buone condizioni ambientali ed un buon livello dell’economia.

 

 Dunque per non sconvolgere ancora di più lo stato di salute, già compromesso, del pianeta, dobbiamo conciliare il nostro sviluppo con le esigenze di salvaguardia dell’ambiente e della salute, in modo che la scelte dell’umanità non siano dettate solo da ragioni economiche, ma mirino al mantenimento o al ristabilimento del complessivo equilibrio ecologico della Terra.

Bisogna cioè dare vita ad uno sviluppo sostenibile, rispettoso dei limiti che ci impone la natura e consapevole del nostro impatto su di essa.

Per questo è necessario essere in grado di definire e misurare i vari aspetti della sostenibilità: ci aiuta a farlo il metodo dell’impronta ecologica, elaborato dall’ecologo William Rees, della British Colombia, in Canada, tra gli anni 80/90 e fondato sulla domanda:” quanta terra ciascuna persona richiede per essere supportata?”

L’impronta ecologica infatti viene definita come l’area totale di ecosistemi terrestri ed acquatici richiesta per produrre le risorse che una determinata popolazione (una famiglia, una regione ecc.) consuma e per assimilare i rifiuti che la stessa popolazione produce.

Essa misura il consumo alimentare, materiale ed energetico basandosi sulla superficie terrestre o marina necessaria per produrre tali risorse (biocapacità produttiva).

I calcoli si avvalgono della possibilità di stimare le risorse che consumiamo ed i rifiuti che produciamo e di convertire questi flussi di risorse e rifiuti in una equivalente area biologicamente produttiva, necessaria a queste funzioni.

Se lo spazio bioproduttivo richiesto è maggiore di quello disponibile, possiamo affermare che il tasso dei consumi non è sostenibile.

L’ecologo Ehrlich e l’esperto di energia Holdren hanno individuato un’equazione che esprime l’impatto della specie umana sulla natura: I= PxAxT dove P è il numero di individui, A è una misura del consumo medio di risorse per persona, T è l’impatto ambientale, prodotto dalla tecnologia, per quantità di consumo, (cioè una misura della qualità tecnica delle merci prodotte esprimibile ad esempio in quantità di agenti inquinanti correlati alla produzione e al consumo di una certa quantità di beni materiali).

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L’ impronta ecologica di una persona è data dalla somma di sei diverse componenti:

 1.    la superficie agricola, cioè la superficie di terra coltivata necessaria per produrre alimenti

2.    la superficie per pascoli, cioè l’area di pascolo necessaria per i prodotti animali

3.    la superficie forestale, cioè la superficie necessaria per produrre legname e per assorbire le emissioni di anidride carbonica risultanti dal consumo energetico

4.    la superficie marina, cioè l’area necessaria per produrre pesci e frutti di mare

5.    la superficie degradata, cioè l’area costruita o comunque non ecologicamente produttiva

6.    la superficie per la produzione di energia, cioè l’area che ospita infrastrutture edilizie.

 Normalmente essa è calcolata in ettari pro capite o in unità di superficie (un’unità di superficie agricola equivale ad un ettaro della produttività media del pianeta).

Considerato che la quantità di terra disponibile per l’umanità è una grandezza finita e che di conseguenza la produttività è limitata, non si può ignorare il problema né si può non correlarlo a quello dell’equa distribuzione delle risorse.

Infatti le diverse nazioni si appropiano in modo diseguale delle capacità “bioproduttive” : i paesi più ricchi hanno un consumo di risorse ed una produzione di rifiuti pro capite più elevata di quello dei paesi poveri, ma essendo la Terra un bene di tutti, bisogna pensare a livelli più equi di distribuzione.

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Allora il concetto di sviluppo sostenibile sarà utile non solo per salvare il nostro pianeta dal punto di vista ambientale, ma anche per arrivare ad una condizione di vita più dignitosa per tutti i suoi abitanti.

La quota di terra disponibile pro capite, definita come quantità media, su scala planetaria, di terra e mare ecologicamente produttivi, ammonta, con la popolazione attuale, a circa 2,1 ettari.

Secondo un’indagine svolta da studiosi americani, l’ impronta ecologica media mondiale nel 1996 risultava di 2,85 unità di superficie a persona, dato che supera del 30% circa circa l’attuale spazio biologicamente produttivo disponibile per ciascuno.

L’Italia possiede una capacità biologica di 1,92 unità di superficie a persona, ma la nostra impronta ecologica è di 5,51 unità: ci servono due Italia  per soddisfare i nostri livelli di consumo e di produzione di rifiuti!

La Regione Liguria ha un’impronta ecologica di 3,64 ettari pro capite, quindi anche essa superiore alla disponibilità di “capitale naturale”.

In Eritrea l’impronta è circa 0,35, in Bangladesh 0,5, in Etiopia e India è 1.

I dati sopra citati sono un esempio di come il consumo delle risorse disponibili avvenga a scapito  dei paesi più poveri che, con i loro bassissimi consumi, compensano le richieste dei paesi più ricchi.

Come abbiamo già detto, questo è una evidente situazione di ingiustizia ed è un impegno di tutti sanarla.

Per scoprire se i nostri stili di vita quotidiani sono più o meno sostenibili, abbiamo provato ad analizzare i nostri consumi.

Ci siamo prima informati e documentati sull’impronta ecologica, abbiamo calcolato quella della nostra famiglia, con una scheda semplificata, trovata sul sito INTERNET del W.W.F.(che di seguito riportiamo) e l’abbiamo confrontata con quella della nostra regione, la Liguria,e con quella nazionale.

Facendo una media abbiamo verificato che la nostra impronta ecologica corrisponde a  4,20 ,  dunque anche noi dobbiamo impegnarci a modificare alcuni comportamenti per ridurla e per contribuire così alla salvaguardia del pianeta.

Abbiamo cercato di sensibilizzare le famiglie sui temi dell’ambiente affrontati a scuola in questi tre anni, convinti che anche un piccolo contributo di tutti possa rivelarsi essenziale per un futuro sostenibile.

 

BIBLIOGRAFIA

Abbiamo raccolto notizie e immagini dai siti WEB della regione Liguria, della provincia di Bologna, del WWF e dai libri: “Incontro con le scienze” Ed. Mursia, “Moduli di scienze” Ed. La Scuola, “Le scienze per crescere” Ed. Palumbo.


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