L'AGRICOLTURA PRIMITIVA

L’agricoltura primitiva sfrutta la terra in modo discontinuo e le piccole comunità che la praticano si dedicano anche alla caccia e alla raccolta di frutti spontanei.

Il "taglia e brucia" viene praticato da civiltà nomadi: gli agricoltori si insediano in una zona forestale, tagliano la vegetazione spontanea e bruciano la vegetazione secca per ripulire il terreno dove verranno coltivate colture alimentari. Il fuoco, oltre a bruciarlo, concima con le ceneri il terreno, dove vengono coltivate piante come la magnoca o la patata. Una pianta viene coltivata per tre anni nello stesso terreno, che poi diventa improduttivo, anche a causa delle piogge che consumano l’humus; perciò, dopo qualche anno, il gruppo di agricoltori si sposta e ricomincia questo ciclo in un altro luogo.Un altro tipo di agricoltura primitiva è quella "di villaggio": nel centro di una zona coltivata sorge un villaggio dove vivono le tribù, intorno ci sono due fasce colturali: una prima fascia più vicina alle capanne, dove il territorio viene concimato con i rifiuti del villaggio e dove vengono coltivati ortaggi e legumi, una seconda fascia è formata da terreni lasciati a riposo per uno o più anni e destinati a cereali (miglio e mais); gli animali pascolano nelle zone a maggese.

L'agricoltura primitiva è un'agricoltura di sussistenza in quanto i suoi prodotti sono utilizzati dagli agricoltori e dalle famiglie per il loro sostentamento. Essa può esistere se ci sono: 1) vasti spazi naturali;

2) una scarsa popolazione.

Oggi tende a scomparire perché c'è stata crescita demografica e le zone forestali vengono sfruttate per il legname.

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