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CAUSE E CONSEGUENZE DELLA FAME Le
aree del mondo caratterizzate dalla fame e dalla sottoalimentazione sono
anche quelle dove più diffusi sono l’alto tasso di natalità e di
mortalità infantile, l’analfabetismo, la disoccupazione,
l’insufficienza dei servizi, l’arretratezza dell’agricoltura, la
mancanza di industrie, la cattiva organizzazione economica, sociale e
politica, la carenza di risorse naturali. Tutti questi fattori,
variamente combinati, si ritrovano nei paesi sottosviluppati e risultano
essere contemporaneamente causa ed effetto della fame.
La
mancanza di istruzione è uno dei problemi che si collega
inevitabilmente con quello della povertà e della fame e raggiunge punte
elevate proprio nelle zone più povere del mondo ancor oggi in tutto il
mondo 113 milioni di bambini non frequentano la scuola primaria, mentre
40 milioni non riescono ad arrivare all’ultima classe della scuola
elementare. D’altra parte per la grande maggioranza della popolazione
dei paesi poveri, che vive soprattutto in campagna ed è legata
all’agricoltura tradizionale di sussistenza o alla pastorizia, la
scuola non ha molto significato perché non serve a migliorare la loro
vita di tutti i giorni. E comunque l’Africa il continente che appare
più fragile anche in questo ambito. Qui vi sono molti paesi nei quali
ancora oggi più del 70% della popolazione è analfabeta. Anche
l’incremento demografico è un sintomo delle condizioni di povertà e
di miseria in cui si trovano i paesi del Sud del mondo: l’alta natalità
non causa la povertà ma se mai ne è una conseguenza. Il
problema della fame e del sottosviluppo è in primo luogo legato alla
produttività agricola e non alla mancanza di risorse naturali che anche
se vi sono non vengono sfruttate o vengono utilizzate male e senza alcun
beneficio per le popolazioni. Essa è particolarmente bassa, nonostante
le vaste estensioni di terreni e l’alta percentuale di popolazione
dedita all’agricoltura. In questi paesi si pratica l’agricoltura di
sussistenza o l’agricoltura commerciale- speculativa di piantagione.
Dalla prima si ottengono raccolti scarsi e irregolari, che non
garantiscono un’alimentazione costante nell’arco dell’anno, anche
a causa dell’ignoranza delle tecniche di conservazione. Ad aggravare
la situazione delle aree ad
agricoltura di sussistenza contribuisce spesso l’assenza
dell’allevamento di animali da carne. Dall’agricoltura di
piantagione, praticata in grandi aziende gestite da latifondisti locali
o da multinazionali, si ricavano quasi sempre prodotti inutili
all’alimentazione delle popolazioni locali: cotone, caffè, cacao, the
ecc… vengono esportati con benefici economici non certo delle
popolazioni indigene ,che sono interessate a queste produzioni
unicamente come operai agricoli stagionali e mal retribuiti. Ci
si può chiedere come sia possibile che interi Paesi basino la loro
economia su una forma di agricoltura che non consente
di sfamarsi neppure a chi coltiva la terra. Le
cause vanno ricercate nelle strutture sociali ed economiche tipiche dei
paesi sottosviluppati, dove domina il latifondo
e una ineguale distribuzione
della ricchezza, posseduta da poche famiglie privilegiate, protette
da regimi politici dittatoriali o, comunque, arcaici. L’agricoltura
estensiva di latifondo consente ai proprietari lauti guadagni, senza la
necessità di modernizzare le tecniche agricole o di intensificare e
mutare le coltivazioni. E’
chiaro quindi che i problemi alimentari sono, per varie vie, aggravati
dl persistere del latifondo. Il
fenomeno è particolarmente vistoso nell’America Latina, dove più
della metà del terreno coltivabile è posseduto dal 4% dei proprietari. Grandi
proprietà sottosfruttate sono presenti anche in alcuni Stati del bacino
del Mediterraneo, del vicino Oriente, dell’Africa Australe e
Orientale. Nell’Asia
Meridionale e in Estremo Oriente, i grandi proprietari non applicano nei
loro possedimenti la tipica conduzione latifondiaria di modello
sudamericano. Essi
affidano le terre ai contadini, dai quali, protetti da leggi inique,
possono pretendere, come accade in India e in molti Paesi musulmani,
sino al 60-80% del raccolto, che viene poi esportato. I
contadini, vincolati in un proprio regime feudale, si indebitano sempre
di più e soffrono la fame, mentre i proprietari si arricchiscono. Mancano
così le condizioni per mettere a coltura i molti milioni di ettari
arabili che ancora esistono e che sono lasciati incolti. Metodi
agricoli rudimentali, tecniche arcaiche, sementi non selezionate,
mancanza di difese contro le malattie delle piante e degli animali,
concimazioni inadeguate, assenza di pratiche irrigue contribuiscono al
mantenimento della povertà e della fame. Nei
Paesi poveri ed arretrati, quindi, la popolazione non solo non riesce a
produrre a sufficienza per alimentarsi adeguatamente, ma neppure dispone
di un reddito che consente di acquistare quanto le serve per migliorare
le tecniche agricole. E’
chiaro che la soluzione del problema alimentare non spetta
necessariamente solo all’agricoltura. Lo
sviluppo industriale potrebbe infatti fornire redditi per importare
prodotti alimentari e tecnologie atte a migliorare le produzioni
agricole. Ma
nei Paesi sottosviluppati lo sviluppo industriale è assente o del tutto
insufficiente, nonostante alcuni di essi dispongano di materie prime e
fonti di energia. Ancora
una volta si ripresenta l’interdipendenza dei fenomeni che mantengono
certi paesi nel sottosviluppo: le scarse attrezzature, le deficienze
delle infrastrutture, l’analfabetismo, le cattive condizioni di
salute, la concentrazione dei capitali nelle mani di poche famiglie
incuranti del progresso del loro paese, la povertà dei mercati interni,
costituiscono il vero impedimento al sorgere ed al prosperare
dell’industria.
Questi
gruppi imprenditoriali, infine, esportano i loro guadagni, lasciando i
Paesi sottosviluppati, che li hanno accolti, sempre più poveri. |